Croce in Italia negli ultimi settant’anni. Conversazione con Michele Maggi

Pubblichiamo la prima parte dell’intervista del nostro consigliere Davide Bondì a Michele Maggi, sulla presenza di Benedetto Croce nel dibattito culturale e politico contemporaneo. Maggi, interprete appassionato e acuto della cultura novecentesca, è stato professore ordinario di Storia della filosofia politica nella Università di Firenze .

1. Caro Michele, se sei d’accordo, questa conversazione verterà sulla presenza del pensiero di Benedetto Croce nell’Italia contemporanea, dagli anni cinquanta in poi. Mi rivolgo a te non solo per la tua interpretazione della filosofia di Croce, importante per la mia formazione, ma anche quale testimone di una stagione in cui discorso culturale e politico sono intrecciati. Proprio da alcuni aspetti biografici vorrei iniziare l’intervista che sarà pubblicata nel sito del Gramsci centre for the humanities dell’Università di San Marino. Quando, nei primi anni ottanta, hai iniziato a interessarti al pensiero di Croce quali erano le principali traiettorie di lettura della sua opera in Italia e per quale ragione questo lavoro ti si è presentato come punto d’approdo di un percorso avviato con gli studi sull’egemonia e sul marxismo?   

Caro Davide,

il progetto di quello che diverrà il volume La filosofia di Benedetto Croce (fu uno dei libri con cui esordì nel 1989 una nuova casa editrice fiorentina, «Il ponte alle Grazie») lo concepii, ricordo bene, nell’estate del 1982. Lo decisi, dovrei dire. Nacque infatti in piena consapevolezza dal bisogno di sciogliermi da un’armatura mentale nella quale già da tempo non mi ritrovavo, ma che manteneva ancora la sua dominanza di orizzonte stesso della pensabilità. Parlo di ciò che da qualche parte ho chiamato il noumeno sociale: una struttura concettuale (dove il marxismo è connettivo essenziale, ma non l’unico) che nel soggetto «società» ha insieme fondamento conoscitivo e destinazione etica. Era la visuale entro la quale si muoveva La formazione dell’egemonia in Francia (sottotitolo L’ideologia della Terza Repubblica tra Sorel e Durkheim), il libro che anni prima avevo pubblicato presso la casa editrice De Donato, allora un attivo vivaio di studiosi marxisti. Frutto di lunghe ricerche, quelle pagine le sento lontanissime: anche se, a rileggerle ora, mi pare che in quella ricostruzione del rapporto tra ideologie sociali e mediazioni intellettuali come funzioni di un equilibrio statale complessivo premessero già spinte dissolutive dei presupposti di riferimento. Era la nozione stessa di storia del marxismo a mostrarsi una strada senza uscita.

Croce significava la liberazione da una griglia concettuale bloccata e insieme la possibilità di considerarla da un punto più elevato. La mia frequentazione dell’opera di Croce non era recente. La lettura dei suoi testi mi si era intrecciata con i giovanili appassionamenti marxisti (innanzitutto gramsciani: nei primi anni universitari i Quaderni, nei classici volumi grigi di Einaudi, avevano agito come testi di formazione). Era un Croce ideologicamente confrontato, ma sempre inaggirabile. E Croce ritornava nelle suggestioni che mi portarono a ripercorrere le discussioni sul marxismo da un’ottica singolare: quella che approderà alla scrittura della tesi di laurea sul pensiero politico di Georges Sorel. La discussi con Eugenio Garin, concludendo finalmente un percorso universitario tutt’altro che regolare, prolungatosi tra periodi di militanza politica (mi ero iscritto a venti anni al partito comunista), lavori di sopravvivenza e fasi di incertezza che si traducevano in dissipazione di tempo. Garin mi accolse come borsista, affidandomi subito dei seminari per gli studenti nell’università che stava divenendo di massa. Entrai quindi in ruolo come assistente alla sua cattedra, fin quando Garin si trasferì dalla facoltà fiorentina alla Scuola Normale di Pisa. 

In quel mio mondo universitario Croce non era certo dimenticato: ma si trattava di un Croce in frammenti, storico e moralista, la cui fondazione teorica veniva sottilmente ridimensionata o abbandonata alla cifra teoretica di cultori attardati. Non era comunque il Croce als philosoph cui ora guardavo. Ricordo che insistetti con l’editore per mantenere al libro il nudo titolo con cui uscì nel 1989, invece di una formulazione più ammiccante e meno impegnativa. Certo, sapevo di fare una scelta inattuale. Quando agli inizi del 1983 pubblicai il primo scritto, che poi farà da Introduzione al volume, esso apparve a qualcuno – mi giunse voce – “apologetico” (anche se da Norberto Bobbio, cui avevo inviato l’estratto, mi venne una lettera di consenso e interessamento non formale). In generale, in quegli anni la presenza di Croce appariva assai affievolita: esauritasi, anche se per tanti la cosa non era ancora palese, tutta un’epoca intellettuale, era venuta meno la chiave di lettura ideologica che, sia pure in modo polemico, permetteva di riconoscere la centralità, almeno storica, dell’opera di Croce. Mi muovevo dunque in un territorio nuovo, e convintamente lo affrontai in quanto nuovo. 

2. Tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, Federico Chabod, Eugenio Garin, Giuseppe Galasso, ma bisognerebbe ricordare altri studiosi, reagirono alla rimozione allora in corso dell’opera di Croce valorizzandone il magistero civile, la produzione storiografica e l’attività d’indirizzo culturale. Come dici, la «fondazione teorica veniva sottilmente ridimensionata» anche da quelle voci che invitavano a mantenere aperto il dialogo con l’autore. Nel tuo La filosofia di Benedetto Croce, apparso in seconda edizione per Bibliopolis nel 1998, proprio la struttura filosofica era invece interrogata in quanto “territorio nuovo”.  

Non so quanto sia possibile riunire sotto la stessa imputazione letture assai diverse, e anche temporalmente tra di loro non bene avvicinabili. Per Chabod (il suo saggio su Croce storico è del 1952), mi limiterei a una recisa affermazione fatta da un grande storico come Rosario Romeo – in una tavola rotonda su Croce promossa dalla rivista «Mondo operaio» nel trentennale della morte – secondo il quale Chabod «aveva un’intellezione imperfetta della teoria della storia di Croce. La tesi che il Croce veramente grande storico sia lo storico delle Vite di fede e di passione, oppure di Uomini e cose della vecchia Italia, che pure sono dei saggi senza dubbio di grandissimo valore, non è sostenibile». Quanto a Garin, un continuo e intimamente combattuto misurarsi con l’eredità di Croce attraversa tutta la sua riflessione sul novecento, dalle Cronache di filosofia italiana del 1955 agli interventi degli anni novanta. Per inciso, non so in che misura Garin potesse concordare con la mia lettura di Croce: anche se generosamente ospitò sul «Giornale critico della filosofia italiana» un saggio che diverrà un capitolo del mio libro. Certo era colui che più era disposto a cogliere le sfumature del discorso da me avviato. Nei due volumi, Filosofia e cultura. Per Eugenio Garin, a cura di Michele Ciliberto e Cesare Vasoli, concepiti in occasione del suo ottantesimo compleanno, a cui collaborarono tanti colleghi e scolari antichi e nuovi, c’era anche un mio saggio: «Note di una lettura di Croce: il negativo e l’ombra del male». Ho ritrovato con commozione il biglietto che mi scrisse: «Caro Maggi, ho finito di leggere in questi giorni il volume di saggi che avete voluto così affettuosamente dedicarmi. Le Sue belle pagine crociane mi sono piaciute molto, e mi è particolarmente gradito immaginare che Le abbia scritte anche pensando a me. Grazie di cuore! Cari saluti e auguri vivissimi per il ’92 dal Suo Eugenio Garin».

Ma qui permettimi di rimandare al mio scritto «Garin e il confronto con Croce», originariamente una relazione a un convegno organizzato nel 2010 dall’Istituto della Enciclopedia Italiana e dalla Fondazione Istituto Gramsci, poi compresa nel volume Archetipi del novecento che pubblicai nel 2011.

Altro discorso sarebbe da fare per Giuseppe Galasso. Certo, sarebbe difficile cogliere intenti riduttivi nel suo ritornare appassionato sull’opera di Croce, dalle pagine raccolte nel volume del 1969 su Croce, Gramsci e altri storici, all’ultimo libro, Storia della storiografia italiana. Un profilo, uscito da Laterza nel 2017. Per non dire della cura dei testi di Croce che alla fine degli anni ottanta riprendono a uscire nelle edizioni Adelphi, proprio quando più sembrava ridursi la loro circolazione (ma in contemporanea era partita la grande impresa dell’Edizione Nazionale presso la casa Bibliopolis di Francesco Del Franco). Soprattutto, Galasso ebbe allora il merito di riaprire un discorso d’insieme con il volume, uscito nel 1990, Croce e lo spirito del suo tempo. Di quel libro, in una recensione forse eccessivamente polemica, contestai allora gran parte dell’impianto interpretativo. Mi pareva che l’esigenza di «storicizzare Croce» dichiarata da Galasso si disponesse ancora una volta in una serie di scansioni temporali, «svolte» storiche e «punti di rottura» psicologici, che finivano per proiettare una drammatizzazione estrinseca sull’effettivo processo concettuale. Vedevo ricomparire implacabilmente, e proprio in uno studioso così partecipe dell’atmosfera culturale crociana, il modulo delle antinomie tra il Croce sistematico e il Croce storico, tra «logico» e «vitale»: ciò a cui si opponeva tutta la mia lettura di Croce. A quei rilievi Galasso risponderà nella Postfazione apposta alla riedizione del suo libro; per mia parte, ripubblicai la recensione di allora (sotto il titolo Una critica non dimenticata, nella raccolta La formazione della classe dirigente. Studi sulla filosofia italiana del novecento). Il dialogo non ci fu: le coordinate interpretative erano, o parvero, troppo distanti.

Intanto, io avevo continuato a lavorare sul libro del 1989. C’erano alcuni punti, lo sapevo, trascurati o aggirati. Mancava innanzitutto Vico, altro che per accenni; la questione marxismo rimaneva piuttosto contratta. Ma soprattutto mi lasciava insoddisfatto l’ultimo capitolo, «La sintesi volitiva», anche se non avevo ancora ben chiaro perché. Da un recensore acuto, che segnalò delle mancanze, venne l’appunto secondo cui dal libro usciva un’interpretazione riduttiva di Croce come «maestro di etica». Non era certo la mia intenzione, ma era forse il capitolo finale a poter dare l’impressione in quel senso. Nella seconda edizione, uscita nove anni dopo nelle edizioni Bibliopolis, quel capitolo provvisorio scomparirà e solo poche parti verranno ricuperate, rifuse nei tre nuovi capitoli. Il libro, lo sentivo finalmente compiuto. L’ultimo capitolo lo intesi appunto come sigillo dell’intero discorso, fin dal titolo scelto, «La realtà delle forme». A questo punto, la compenetrazione di logica e storia risultava in evidenza, e il campo della filosofia della realtà appariva pienamente sgombro dalle tentazioni della filosofia della prassi, che forse ancora aduggiavano la stesura precedente.

3. Giuseppe Galasso ebbe in effetti il merito di rimettere in circolazione alla fine degli anni ottanta alcune opere di Croce con Adelphi. Già nel 1981 era stata varata, e affidata a Bibliopolis, l’Edizione Nazionale delle Opere (http://bibliopolis.it/b-croce-edizione-nazionale-delle-opere-2/). Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio, ne fu tra i principali promotori. Credi che la diffusione di queste edizioni abbia contribuito alla comprensione del pensiero di Croce? 

Non c’è dubbio, sono anni di ripresa nella pubblicazione delle opere di Croce, con le iniziative parallele di Adelphi e Bibliopolis. Né mancava, su un lascito così imponente, l’impegno della filologia e dell’esegetica. Lo testimonia la vastissima documentazione raccolta in B. Croce – G. Gentile, Bibliografia 1980-1993, posta in appendice a un numero doppio del «Giornale critico della filosofia italiana» del maggio-dicembre 1994 intitolato Croce e Gentile un secolo dopo. Ma è significativo che ancora una volta si sentisse l’obbligo della rappresentazione congiunta: una sorta di monumentalizzazione scolastica, riproposta fino a importanti iniziative recenti, e nella quale è difficile vedere solo un espediente editoriale.

Scrissi anni fa un articolo che intitolai: Ma è davvero esistito l’idealismo italiano? Quella formula, idealismo o neoidealismo italiano, insistente a tutti livelli, dalla manualistica per le scuole a esposizioni più ambiziose, è ben più che una definizione insufficiente, e non soltanto perché associa sotto una denominazione approssimata posizioni ben distinte. Se per Gentile l’espressione – che lo inserisce in una serie storica di cui egli si sentiva parte, anzi ne assumeva la propria filosofia come compimento – ha una qualche congruità definitoria, nel caso di Croce risulta addirittura distorcente. Croce guarda con circospezione al Neo-Idealismus unserer Tage di cui si parla all’inizio del secolo. E di fronte al pericolo che la «rinascita dell’idealismo» diventi una parola d’ordine di scuola, e che il bisogno filosofico sia confuso – scrive nel 1908 – con una moda letteraria per risolversi in un cambiamento dei titoli per concorsi universitari, «persistendo la superficialità e inconcludenza del loro contenuto», il richiamo è alla pienezza della realtà: che in quel testo compare nell’immagine del ciabattino napoletano che Croce passando vede al lavoro al suo deschetto e che gli sembra «rappresenti l’utilità e dignità sociale assai meglio del candidato universitario che imbastisce il suo zibaldone sul Concetto della libertà o sulle Categorie kantiane». In quella che rivendica per sé stesso, in una lettera a Carlo Antoni, come «la filosofia extrauniversitaria, che nasce per bisogni dell’anima», c’è il senso del suo rapporto con la tradizione canonica, cui può rimandare a scopo didascalico, ma che scompone in assoluta indipendenza. In questo c’è il dislivello con Gentile: e proprio quel dislivello permette una cooperazione non conflittuale, almeno fino a un certo momento. 

Alla problematica del soggetto in cui Gentile tenta di coinvolgerlo Croce infatti resta indifferente, libero com’è quasi per istinto da quell’ossessione dell’incontro di coscienza e realtà che nell’atto dell’io puro esibisce la chiusura perfetta (quante volte abbiamo letto di un Gentile più filosofo di Croce?); e qui si conferma anche la sua estraneità alla problematica gnoseologica ed etica delle filosofie subentrate al venir meno della sintesi hegeliana. La ragione – ribadirà nelle tarde conferenze napoletane – è data all’uomo piena e non vuota; «il mondo non è un dato di cui si aspetti e s’invochi la presenza, e anzi è il dato che sta sempre presente, nel quale siamo immersi e del quale viviamo» (come scrive in un’eco continuamente ritornante della frase paolina).  Unità è la totalità in cui si opera, non il compimento da raggiungere. Questa fede nell’intrinsichezza di verità e realtà, questa certezza della struttura del mondo (la non storicità delle forme che reggono l’infinita storicità, le «primalità di Dio», come le definisce con antica terminologia) fa la natura religiosa della filosofia, una filosofia che non si identifichi con le tecniche di una corporazione ma si apra al vasto mondo.

Su questa sicurezza nella consustanzialità della realtà intera (rifiuto dei dualismi, eliminazione del fantasma della «cosa in sé») Croce può guardare senza oscillazioni alle «crisi» e agli «irrazionalismi» di fine secolo, che sono il segno della pressione non più contenibile della vita europea sulle immagini ideali e le autorità sociali corrispondenti. Può reggere implicitamente alla distruzione radicale fatta da Nietzsche delle idee filosofiche reçues (che non lo hanno mai coinvolto); e può guardare al marxismo come un allargamento del campo conoscitivo, senza farsi tentare, come Gentile, da una gara sui princìpi teorici. E quando ci sarà la vera crisi dell’universo europeo, quando la guerra spalancherà gli spazi di massa ai sostituti ideologici delle filosofie detronizzate, Croce potrà mantenere la dimensione della filosofia come forma della civiltà: e da questa altezza, nel discorso a Oxford nel 1930, richiamare i convenuti «filosofi e storici» alla difesa della «storicità – che vuol dire civiltà e cultura – […]: la storicità, nodo del passato con l’avvenire, garanzia di serietà del nuovo che sorge». Non saprei quanto quel discorso fosse allora compreso, al di là del suo aspetto più immediato di appello alla nobiltà dello spirito, nella sua struttura che è teorica, non di sia pur alta retorica. L’Europa è a quel punto già spiritualmente lacerata.

[Continua]

In copertina: Benedetto Croce nel suo studio, 1912 (particolare) (Archivio della Fondazione Biblioteca B. Croce)

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