La rivoluzione digitale vista da molto vicino: Lutz Klinkhammer e Matteo Melchiorre

Per avviare una discussione sulla rivoluzione digitale nelle humanities abbiamo rivolto alcune domande ai nostri consiglieri scientifici. Le loro risposte saranno pubblicate in otto uscite, da qui a metà ottobre. Ecco, come quarta uscita, Lutz Klinkhammer e Matteo Melchiorre.

Indice delle uscite:

I) Agnese Accattoli e Davide Bondì.

II) Peter Burke ed Elisabetta Benigni.

III) Marco Filoni ed Erminia Irace.

VII

A quale generazione senti di appartenere?

Ad una “seconda” generazione, una che ha vissuto un periodo di trasformazione accelerata, soprattutto nell’intreccio tra vita privata e professionale, seguita a una trasformazione digitale che era già in atto precedentemente, ma meno visibile.

Come e quando è avvenuta – nella tua esperienza personale – la rivoluzione digitale?

Per me negli anni Ottanta con l’uso del Personal Computer (Apple C) e della stampante, ma anche da protagonista di un progetto umanistico di ricerca di base che si basava su sistemi UNIX del centro di calcolo da attivare con schede perforate e con terminali remoti lentissimi ma con un’eccellente software universale.

È ancora presente nella tua vita il “vecchio” modo di lavorare? (per esempio: scrivi a mano? usi archivi di carta che tieni in ordine? vai abitualmente a leggere in biblioteca?)

Sì, vivo ancora nel mio mondo ibrido tra carta(e) e computer e faccio fatica a fare le correzioni ai testi in PDF in forma elettronica.

Cosa pensi dell’organizzazione “digitale” del lavoro scientifico-culturale? In che misura definiresti nuovo il modo di lavorare attuale?

La pandemia attuale ha dato e darà ancora di più una spinta prima impensabile alla riorganizzazione digitale del lavoro scientifico. Se il digitale significava finora email, invio elettronico di testi, cellulare, siti, piattaforme e banche dati, ora vedo una nuova fase di lavoro più condiviso, di videoconferenze, di podcast e videopresentazioni, di app specifiche, di textmining digitale, di biblioteche più digitali che mai. Ma l’archivio rimarrà in buona parte cartaceo, sia per la mole della documentazione sia per la bassa commerciabilità dei fondi ivi conservati.

alt="Lutz Klinhammer e la rivoluzione digitale"

Lutz Klinkhammer, storico contemporaneista del Deutsches Historisches Institut di Roma, studia la storia dei regimi totalitari italiano e tedesco, con una grande attenzione alla storia degli studi e ai riflessi sulle politiche della memoria. Svolge un’influente mediazione culturale, nel campo storico, tra Germania e Italia.

VIII

Matteo Melchiorre

A quale generazione senti di appartenere?

Appartengo alla generazione in certo senso “venuta dopo” il Novecento. Anni fa (nel 2011) nell’ambito della letteratura si era identificata la generazione TQ (ossia Trenta-Quaranta) intorno alla quale vi fu non poca bagarre, sul punto della forza o dell’inutilità esplicativa di questa categoria; prova, ove servisse, della difficoltà a ridurre la mia cosiddetta generazione a una qualche efficace tipologizzazione. Pur dubitando la possibilità di ascrivere la mia generazione a un’appartenenza generazionale forte, e ritenendo che comunque proprio questa reticenza alla ascrivibilità possa essere una cifra identitaria tutt’altro che secondaria, ho l’impressione di appartenere a una generazione TRA, ossia incompiuta, non del tutto nel “vecchio” sistema e non del tutto nel “nuovo” sistema.

Come e quando è avvenuta – nella tua esperienza personale – la rivoluzione digitale?

Nella mia esperienza personale la rivoluzione digitale è intervenuta in quattro momenti, il primo ludico, il secondo legato alla pratica di scrittura, il terzo all’esercizio della fotografia e il quarto alle modalità di ricerca. Il momento ludico si riferisce all’introduzione in casa (1991) di un computer al quale mi rivolsi come nuova opzione di gioco, con il game (il videogioco si diceva nel 1991) che si affiancava agli altri miei infantili apparati ludici. Il secondo momento legato alla pratica di scrittura, ossia allorché venni istruito all’utilizzo (1992) di un rudimentale software di videoscrittura. Il terzo momento della mia rivoluzione digitale, tardivo se vogliamo (2002), consistette nell’acquisto di una macchina fotografica digitale in sostituzione della analogica, circostanza che ha cambiato a fondo il mio modo di guardare e ricordare i luoghi, gli oggetti e il tempo. Il quarto momento, va da sé, il cosiddetto “avvento del web”, con le conseguenti rimodulazioni di alcune prassi di ricerca (bibliografica, archivistica, iconografica, eccetera).

È ancora presente nella tua vita il “vecchio” modo di lavorare? (per esempio: scrivi a mano? usi archivi di carta che tieni in ordine? vai abitualmente a leggere in biblioteca?)

Assolutamente sì. Continuo a scrivere a mano (specie nelle fasi “progettuali”). In taluni casi utilizzo schede cartacee in luogo di database. Uso archiviare, in faldoni, appunti e simili. Essendo direttore di una Biblioteca, di un Archivio Storico e di un Museo, va da sé che vivo, si può dire, tra la Biblioteca, l’Archivio e il Museo, professioni nelle quali, oggi, il confronto con il modo “nuovo” di lavorare e con le risorse digitali è tema di programmazione, riflessione e confronto quotidiano.

Cosa pensi dell’organizzazione “digitale” del lavoro scientifico-culturale? In che misura definiresti nuovo il modo di lavorare attuale?

Credo più nei temperamenti individuali e nelle intelligenze che animano la strumentazione che non nella strumentazione in sé impiegata nel lavoro scientifico-culturale. Penso dunque che l’organizzazione “digitale” del lavoro culturale sia una mera opzione qualificabile in varie direzioni e, per questo, che non sia garanzia di risultati né ciecamente e per definizione migliori né strutturalmente e nostalgicamente peggiori. Un cambio di strumenti può certo assecondare un cambio di metodo, ma non determinarlo a priori.

alt="Matteo Melchiorre e la rivoluzione digitale nell'ambito delle Humanities"

Matteo Melchiorre, storico medievista, direttore della Biblioteca, Archivio storico e Museo di Castelfranco Veneto, studia e racconta, in modo appassionato e militante, vicende di storia economica e sociale dal Tardo Medioevo in poi.

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