Potenza del documento storico e reinterpretazione digitale degli oggetti. La mostra “Contagio”

Abbiamo intervistato il consigliere scientifico del centro studi gramsciani sammarinese Matteo Melchiorre, che ha curato l’allestimento della mostra “Contagio” a Castelfranco Veneto.

Dottor Melchiorre, il documento è l’oggetto protagonista di questa esposizione, che si è aperta il 16 febbraio scorso presso il Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto. Ma quali sono le diverse tipologie che costituiscono l’allestimento, e come interagiscono, o sarebbe meglio dire si contagiano, tra loro?

Dice bene, il documento è il cuore di “Contagio”. I documenti d’archivio proposti al visitatore sono circa un centinaio. Ma per farli parlare e renderli meglio comprensibili, interagiscono con essi, in mostra, a livello di contenuto, a livello di grafica, a livello di suggestione ed evocazione, e a livello di installazione, anche altre tipologie di “oggetti”: dipinti in originale, elaborazione grafica di soggetti iconografici, libri antichi, testo letterario (da Camus a Orwell, da Dostoevskij a Boccaccio, da Defoe a Poe), fotografia contemporanea, oggetti della cultura materiale, contenuti audiovisivi.

Quanto lavoro è stato dedicato alla ricerca dei materiali e alla loro organizzazione per rendere l’allestimento fruibile al visitatore?

E’ stato un tour de force. Ho iniziato a mettere le mani dentro l’Archivio durante il primo lockdown del 2020. Il gruppo di ricerca che ho coordinato si è messo sui documenti i primi di maggio 2020 e il lavoro d’archivio è andato avanti senza sosta fino a ottobre. Già dalle prime evidenze scientifiche, tuttavia, mi è stato chiaro che la destinazione del lavoro in corso poteva essere una mostra. Perciò siamo subito passati al confronto con il progetto di allestimento, con il concept grafico, con la fotografia, con le richieste di prestito e così via.

Le parole che sono entrate a far parte del nostro lessico quotidiano – come distanziamento e lockdown – sono i punti cardinali di una delle sezioni di “Contagio”. L’orientamento che cercavano di indicare nel passato è lo stesso che tentiamo di seguire nel presente?

Le parole che costituiscono il filo guida della mostra, in tutto 18, si nascondono nei documenti stessi. Gran parte di queste parole, ovviamente, sono nostre parole, in gran parte sconosciute al lessico dei documenti d’Età moderna. Esse, tuttavia, sono nella «sostanza dei fatti raccontati» dai documenti stessi. Ora, io non pretendo di sostenere che sia possibile una sovrapposizione esatta tra le parole-Covid-19 e le parole delle epidemie del ‘500, ‘600, ‘700. Ma a livello di logica, di spirito, di strutture ricorrenti siamo davvero di fronte a orientamenti con significative analogie. Prendiamo la parola “Distanziamento”, che come sostantivo è una nostra parola, ma in una carta dell’Archivio di Castelfranco del 1630 io trovo questa raccomandazione: “starsi discosti dieci passi”. E lo stesso dicasi per “Autocertificazioni” o “Monitoraggio”.

Una lettura storica della pandemia è utile a comprendere meglio il momento storico che stiamo vivendo. In questo senso, “Contagio” può fornire degli strumenti più solidi al cittadino che è completamente immerso nell’evento, e nel flusso ininterrotto di informazioni – definita infodemia – che lo caratterizza?

Uno degli obiettivi che questa mostra si prefigge è proprio questo: fornire strumenti critici per una lettura della pandemia che si contrapponga, se non altro a livello di approccio, al flusso continuo di informazioni. Tali strumenti sono quelli che normalmente la ricerca storica può offrire: niente risposte smussate, niente certezze sferiche e niente colori pieni, bensì domande, dubbi e sfumature. Tra l’altro io credo che vedendo rappresentate, in mostra, circostanze storiche che presentano analogie con le circostanze del momento presente, vi sia, grazie a quel distanziamento prospettico che solo il passato e le cose trascorse possono offrire, la possibilità di fare un passo fuori dall’infodemia ed elaborare chiavi di lettura che vorrei definire “disintossicate”.

Quale peso specifico ha la fotografia contemporanea nella struttura della mostra?

Ha un peso notevolissimo. Fin dall’inizio mi è stato chiaro che questa mostra aveva bisogno della fotografia contemporanea e, si badi: non tanto di una fotografia artisticamente concepita, ma di una fotografia meramente documentaria, meglio se priva di implicazioni estetiche, meglio ancora se documentante l’ordinario in cui siamo stati e siamo immersi. Alcune immagini del 2020 sono destinate a diventare topoi epocali. Insomma: io ritenevo che per guardare/leggere le carte della peste servissero le immagini della pandemia. Tant’è che è successo quanto segue. L’installazione in mostra di queste fotografie è stata l’ultimissima operazione allestitiva. Ebbene: quando le foto sono andate su, c’è stata come una luce che si è accesa. Tutto è divenuto eloquente. Drammatico. Verissimo. Necessario. E’ stato, quell’attimo della giunzione tra i due linguaggi, documenti d’archivio-fotografia, un’emozione indimenticabile.

C’è stata molta cura nel preparare la video presentazione di “Contagio”, trasmessa poi in diretta sul canale YouTube del Museo Giorgione. Nel caso in cui l’emergenza sanitaria proseguisse, il formato video potrebbe sopperire all’impossibilità di recarsi al museo in presenza?

E’ quello che purtroppo sta accadendo. Il Museo è chiuso, la mostra non più visitabile al pubblico. Stiamo organizzando degli incontri di approfondimento con ospiti importanti, e vengono trasmessi in streaming sul nostro canale. Non solo: proprio ora stiamo registrando delle “pillole” dalla mostra. Si tratta di brevi e brevissimi video ciascuno dei quali tocca un tema della mostra stessa. Li pubblicheremo sui nostri canali social. Ora come ora non sono molto dell’idea di concepire un virtual tour propriamente detto. Non mi va, per ora, di fare della mostra un oggetto interamente virtuale e integralmente esplorabile on line. Ho la speranza che tra qualche settimana le persone potranno tornare in Museo. Se non fosse così, naturalmente, sarà visita virtuale; e vedremo di inventarci qualcosa per renderla incisiva come è stato il video di preparazione.

Lo scorso 29 novembre, il consigliere scientifico del Gramsci centre for the humanities – e quindi suo collega – Jeffrey Schnapp, ha partecipato a un dialogo sui musei del futuro organizzato dal settimanale “L’Espresso”. Secondo il professore, c’è una differenza tra oggetto analogico e digitale, cioè tra la fisicità dell’oggetto stesso e l’immagine che ne viene restituita. Ma, allo stesso tempo, tra queste due dimensioni esiste un collegamento che deve essere interpretato. Alla luce dell’esperienza fatta con “Contagio”, ha delle considerazioni da fare su questo tema?

Mi sento di condividere pienamente quanto sostenuto dal prof. Jeffrey Schnapp. La fisicità dell’oggetto è la fisicità dell’oggetto, ed essa può essere tradotta in immagine mediante un nesso di tipo interpretativo. Da curatore della mostra Contàgio non posso certo tacere la potenza – estetica, materica, evocativa – del documento, del dipinto, dell’oggetto della cultura materiale “vivo e vegeto” di fronte ai nostri occhi. Esso porta con sé, nell’esperienza diretta di esso, qualcosa di irriducibile e non traducibile. Ma è pur sempre possibile, ed anzi, come oggi, necessario, lavorare appunto sull’interpretazione e sulla rappresentazione di quell’irriducibilità. Il museo del futuro, così come l’arte dell’allestimento del futuro, non può che passare attraverso questa sfida. E’ una sfida tanto difficile quanto stimolante, che amplia, nel campo museologico ma non solo, le potenzialità espressive da mettere in gioco.

Quale “idea” di esposizione aveva in mente? C’è qualche aspetto del progetto espositivo, che si è dimostrato non realizzabile?

L’idea è quella che ho cercato fin qui di descrivere: solida ricerca preliminare; non semplificare il complesso ma renderlo comprensibile nella sua complessità; dialogo tra linguaggi; dialogo tra epoche. Qualche aspetto non realizzabile e non realizzato? Più di uno. Mi sarebbe piaciuto avere in mostra l’originale di un dipinto che abbiamo potuto avere solo in riproduzione, dico la Città Ideale della Gemäldegalerie di Berlino da alcuni attribuita a Francesco di Giorgio Martini. Avere a disposizione qualche risorsa in più per la promozione e la comunicazione.

La mostra rimarrà esposta fino al prossimo 27 giugno. Data la vigenza delle restrizioni anti Covid 19, è probabile che la durata di “Contagio” venga prolungata, oppure che l’allestimento venga riproposto in un futuro non troppo lontano?

La speranza che la mostra possa essere prossimamente “traslocata” in qualche altra sede del territorio non manca. Purtroppo, però, al momento non si intravedono possibili proroghe. I documenti d’archivio, normativamente parlando, ai fini della loro conservazione, hanno un tempo di esposizione massimo. Devono tornare a riposare al buio. Peccato, ma è giustissimo così.

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