I librai indipendenti in Italia: proposte di rilancio e costanti di lungo periodo, 4

In questa quarta puntata dell’indagine sul mercato del libro, proveremo a presentare le opinioni di alcuni librai indipendenti, dal Nord al Sud della penisola.

Per approfondire le questioni emerse dalla consultazione di report e inchieste cui abbiamo fatto riferimento nelle precedenti uscite, abbiamo deciso di rivolgere alcune domande ad un nucleo selezionato di librai indipendenti, dal Nord al Sud della penisola. A questo scopo abbiamo formulato un questionario sufficientemente ampio, che coprisse sia problematiche di stretta attualità, che dinamiche di lungo periodo. Nonostante il tasso di risposta non abbia permesso un’elaborazione numerica compiuta dei dati, abbiamo deciso di presentare ugualmente le risposte ricevute, per suggerire alcune possibili linee di ricerca.

In merito alle modificazioni intervenute negli ultimi anni, i librai consultati concordano sostanzialmente nell’individuare nell’affermazione di internet (e di conseguenza del commercio digitale) la principale novità, che ha sconvolto le dinamiche commerciali, senza però snaturare quello che è il ruolo culturale della libreria. Sintomatica la risposta di Fabio Masi, editore e libraio de L’ultima spiaggia (Ventotene): «Nessun sostanziale cambiamento, le librerie continuano a svolgere un ruolo di presidio, piazza, luogo di aggregazione spontanea o determinata da particolari eventi come presentazioni. Unica novità è rappresentata da internet e dalla possibilità di allargare “la piazza” e moltiplicare i modi e i luoghi di incontro tra librai e lettori».

Alcuni, come Cristina Pavone (Libreria Coreander di Roma) e Alessandra Salvagno (Libreria editrice Il Leggio di Chioggia), hanno percepito una modifica anche nell’utenza, che si connota ora prevalentemente per la presenza di donne e bambini. Questo non intacca la sensazione di una tenuta della libreria indipendente come punto di riferimento comunitario, confermata da più parti. Nicoletta Maldini (Libreria Trame di Bologna) descrive il proprio «pubblico», e non clientela, come «molto motivato e non troppo interessato agli sconti, quanto alla qualità e varietà dei contenuti proposti». A conferma di ciò la testimonianza di Maria Caldarone (Libreria Belgravia di Torino), che racconta anche di iniziative messe in atto per rafforzare questo ruolo: «Siamo sempre di più crocevia, una piccola comunità di quartiere. Abbiamo inserito degli angoli di libero scambio di libri gratuiti all’interno ed esterno del negozio e un servizio di raccolta di libri scolastici usati che vengono donati: la crisi economica non ha più permesso ad intere fasce di popolazione di acquistare i libri desiderati quindi siamo andati verso le esigenze di chi non poteva permettersi l’acquisto».

L’attitudine dei librai indipendenti a tenere insieme natura culturale e commerciale della propria attività è ben esemplificata dalle modalità di scelta dei titoli da esporre e tenere in catalogo. Questi tengono conto, secondo tutti i professionisti intervistati, sia della vendibilità e delle tendenze del mercato, che delle «richieste di approfondimento dei clienti» e del «vissuto umano» del singolo libraio, come ricorda Caldarone (Belgravia). A ciò si deve aggiungere, secondo Masi (L’ultima spiaggia), anche un’attenzione alla «valorizzazione della storia e natura del territorio dove opera la libreria», e alla «necessità di creare una nuova generazione di lettori».

A proposito del ruolo svolto nel tessuto sociale dalle librerie indipendenti, tutte le testimonianze concordano nell’individuare in questo aspetto uno dei punti di maggiore vitalità. Carlo Borgogno (Libreria Milton di Alba) descrive le librerie come «spazio di interscambio sociale, luogo di aggregazione, condivisione e sfogo». Sottolineando, tra l’altro, come negli ultimi anni ha potuto osservare un aumento delle «richieste di aggregazione, socialità, momenti di svago», e dunque delle energie necessarie per soddisfarle, e auspicando un coordinamento «a livello centrale nei singoli Comuni» per poter rafforzare la risposta. Tra le attività che, insieme alle presentazioni di libri, sono individuate come centrali per assolvere questo ruolo ci sono i circoli di lettura. A questo proposito Pavone (Coreander) afferma: «Con un tessuto sociale distrutto, la difficoltà nella creazione dei rapporti umani, il circolo di lettura è un meccanismo che funziona, se è ben pensato ». Particolare il caso di Masi (L’ultima spiaggia), che ha «accompagnato al lavoro della libreria quello di editore, che stampa solo ed esclusivamente libri riguardanti il territorio, con lo scopo di contribuire alla salvaguardia e valorizzazione della memoria».

Maldini (Trame) evidenzia come nella riconsiderazione del valore delle librerie abbia avuto un ruolo anche l’emergenza pandemica: «A livello italiano la reazione attiva alla pandemia, con le consegne a domicilio in particolare, ha dato respiro e un’ottima narrazione ad una categoria sofferente». Questo ha permesso, sempre secondo Maldini, una buona tenuta per molte realtà.

A proposito delle conseguenze innescate dalla pandemia, tutti i librai intervistati hanno ricordato di essersi attivati in vario modo, in particolare tramite le consegne a domicilio e l’adesione a piattaforme di distribuzione quali Bookdealer e Libri da asporto. Questo ha permesso di ottenere un risconto in termini di visibilità. Anche Masi (L’ultima spiaggia) concorda nel dire che ha osservato «una nuova e maggiore attenzione alle librerie di prossimità da parte dei lettori», nonché «una diversa disponibilità da parte dei principali player del mercato a sostenere il lavoro dei librai, come hanno fatto alcuni distributori, con la possibilità di recapitare direttamente a casa del lettore il libro richiesto».

Caldarone (Belgravia) rileva però come, nella propria esperienza, «durante la pandemia i clienti hanno acquistato più libri, ma spesso solo di autori conosciuti al grande pubblico, mentre le piccole case editrici e gli autori emergenti non hanno trovato grande spazio». Più di sistema la critica avanzata da Pavone (Coreander), che nel notare come il delivery sia stato certamente incrementato dal contesto pandemico, fa presente il rischio che questo possa creare «un deserto culturale e nella società». Ribadendo fra l’altro come, al di là delle contingenze, il problema strutturale del mondo librario in Italia sia una carenza di lettori: «Mille realtà si litigano qualche milione di lettori».

Tra le conseguenze più negative dell’emergenza, la drastica riduzione delle presentazioni di libri in presenza è ricordata da quasi tutti i librai raggiunti. Una situazione, questa, cui gli eventi online hanno solo parzialmente potuto porre rimedio, e che, come rileva Borgogno (Milton), è tutt’altro che superata: «Anche oggi, pur avendo ripreso le presentazioni di libri, non ci è possibile visti gli spazi ridotti della nostra bottega ospitare in sicurezza eventi, come facevamo in epoca pre-pandemica». Questo è percepito come un danno economico, ma anche, secondo Salvagno (Il Leggio), come un impoverimento del «contatto umano con il cliente».

Alcune risposte interessanti sono arrivate anche per quanto riguarda le difficoltà strutturali del commercio librario e le possibili soluzioni. Quello dei resi resta uno dei problemi principali, come vedremo anche nella sesta uscita del nostro approfondimento, che si inserisce però in un più generale problema di distribuzione. Radicale la posizione di Borgogno (Milton): «La distribuzione mangia gran parte del profitto che libraio ed editore dovrebbero dividersi, senza dare un servizio con valori aggiunti a nessuna delle due parti. […] Piattaforme come Librostore, che mettono in contatto diretto editori e librai, sono il futuro». Ma le problematiche relative alla distribuzione non si limitano ai costi e agli sconti; come evidenzia Caldarone (Belgravia) c’è anche un problema di tempi e difficoltà di reperimento dei testi. A questo proposito anche Pavone (Coreander) individua nella possibilità di «offrire la completezza dell’offerta editoriale» la «nuova frontiera» che si para di fronte ai librai, evidenziando in modo particolare la difficoltà di reperimento di testi in lingua straniera, per i quali mancano distributori diretti principalmente alle librerie indipendenti.

Il marzo del 2020 ha visto l’entrata in vigore del nuovo Piano nazionale d’azione per la promozione della lettura (L. 13 febbraio 2020, n. 15) che, tra le altre cose, ha recepito le richieste circa il calmieramento della quota massima di sconto applicabile, fissata ora al 5%, aggiornando la Legge Levi (L. 27 luglio 2011, n. 128). Interrogati circa le possibili ulteriori iniziative da intraprendere, i librai hanno presentato diverse prospettive, in gran parte in senso strutturale più che emergenziale. Caldarone (Belgravia) ha individuato nel prezzo di copertina dei libri il problema principale, anche in considerazione della condizione economica media delle famiglie italiane. Sul tema è interessante il recente intervento di Oliviero Pesce, come postfazione alla pubblicazione dell’articolo di J. M. Keynes, I libri costano troppo? (Laterza, Roma-Bari 2018).

Pavone (Coreander) ha avanzato l’idea di un sostegno stabile e diretto alle attività di vicinato consolidate sul territorio; sempre su un discorso territoriale propone di lavorare Borgogno (Milton), che invoca una maggiore attenzione da parte dei Comuni per «mettere a disposizione gratuitamente spazi aperti alla cittadinanza dove poter incontrare autori, artisti, musicisti, questo soprattutto per quelle librerie, associazioni culturali e simili che non hanno spazi consoni (anche alla luce della riduzione delle capienze post-pandemia)». La possibilità della costruzione di una rete culturale che coinvolga i vari protagonisti emerge a più riprese nelle risposte al questionario. Come evidenzia Maldini (Trame): «Tutta la filiera dovrebbe funzionare per sinergie. Scuola, biblioteche, musei, teatri, cinema… i consumatori di cultura sono golosi e aperti a tutto».

Molto articolata, infine, la proposta di Masi (L’ultima spiaggia): «Personalmente sono dell’idea che la 18app vada ripensata. Partendo dal presupposto che sia difficile diventare lettori alla maggiore età come per magia, immagino un sostegno alla lettura che inizi nei primi anni di vita, sei anni ad esempio, e che accompagni il lettore fino ai diciotto con un bonus libri via via decrescente». A ciò si lega anche l’idea di avviare, sul modello della francese ADELC – Association pour le développement de la librairie de création, «un’associazione italiana che si prefigga gli stessi obiettivi», la quale potrebbe tra l’altro svolgere un ruolo di «garante» nel senso di una «maggiore disponibilità da parte di editori e/o distributori a sostenere le nuove librerie, soprattutto in termini di marginalità».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.