La rivoluzione digitale vista da molto vicino: Peter Burke ed Elisabetta Benigni

Per avviare una discussione sulla rivoluzione digitale nelle humanities abbiamo rivolto alcune domande ai nostri consiglieri scientifici. Le loro risposte saranno pubblicate in otto uscite, da qui a metà ottobre. Ecco, come seconda uscita, quelle di Peter Burke e di Elisabetta Benigni.

Indice:

I) Agnese Accattoli e Davide Bondì.

III

Peter Burke

A quale generazione senti di appartenere?

La generazione del 1956, segnata da due crisi, una a Suez e l’altra in Ungheria, che favorirono un approccio critico sia all’impero britannico, che all’Urss – il che dimostra che Karl Mannheim aveva ragione a proposito delle generazioni, costruite dall’esperienza dei grandi eventi.

Come e quando è avvenuta – nella tua esperienza personale – la rivoluzione digitale?

Lentamente – nel 1985 comprai il mio primo Mac, ma evitai di usare l’email fino al mio pensionamento nel 2004 (timoroso d’essere sopraffatto dai messaggi degli studenti), e ancora adesso sto alla larga da Facebook e dagli altri social media. La cosa migliore secondo me sono gli articoli in formato digitale e la loro disponibilità grazie a JSTOR.

È ancora presente nella tua vita il “vecchio” modo di lavorare? (per esempio: scrivi a mano? usi archivi di carta che tieni in ordine? vai abitualmente a leggere in biblioteca?)

Prendo ancora appunti a mano, sui libri e nei libri, e poi li trasferisco nel mio computer. Ho ancora e consulto un indice a schede di libri e articoli, ma non l’ho più aggiornato dal 1990 o anche prima. Mi piace lavorare nelle biblioteche.

Cosa pensi dell’organizzazione “digitale” del lavoro scientifico-culturale? In che misura definiresti nuovo il modo di lavorare attuale?

Non so come lavorano gli altri studiosi. Mi piace trovare e scaricare immagini da Internet per illustrare lezioni e libri. Per risparmiare tempo uso Wikipedia, quando devo controllare un fatto mentre scrivo un paragrafo, ma se l’informazione è importante per me poi controllo meglio. Poter dialogare per e-mail con studiosi di tutto il mondo è una manna dal cielo!

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Peter Burke, Emeritus Professor dell’Emmanuel College, Cambridge, maestro degli studi storici di fama internazionale, studia la storia culturale, inclusa la cultura popolare, e la storia della conoscenza, dall’età moderna in poi, in una prospettiva di storia comparata che mette a frutto una ricchissima varietà di testimonianze.

IV

Elisabetta Benigni

A quale generazione senti di appartenere?

A una generazione di mezzo, fra quella dei miei maestri, per i quali il passaggio al digitale è avvenuto molto tardi, in una fase avanzata della loro vita dopo che per anni avevano lavorato seguendo il vecchio modello carta-penna-macchina da scrivere e la generazione appena dopo la mia che è, per così dire, nata digitale e ha un rapporto con la tecnologia molto stretto, quotidiano, sin dall’infanzia.

Come e quando è avvenuta – nella tua esperienza personale – la rivoluzione digitale?

È avvenuta durante gli anni dell’università. Avendo fatto il liceo classico, per di più in una città di provincia, il mondo digitale mi era precluso. Sono arrivata all’università con un’idea vaga e confusa dei benefici dell’uso del digitale nello studio e durante i primi anni di università ho utilizzato il computer in modo discontinuo. Semplicemente non lo reputavo una risorsa imprescindibile nella costruzione del mio bagaglio culturale, come invece lo erano i libri. Solo durante la stesura della tesi ho iniziato a scrivere tutto il testo sul pc e a utilizzare molte risorse online. È stato il mio primo uso costante di un mezzo digitale.

È ancora presente nella tua vita il “vecchio” modo di lavorare? (per esempio: scrivi a mano? usi archivi di carta che tieni in ordine? vai abitualmente a leggere in biblioteca?)

Sì, assolutamente. Trovo faticosissimo, come per molti, leggere tutto sullo schermo. Vado in biblioteca, leggo riviste, di settore e non, in cartaceo, prendo appunti a penna, anzi a matita, di ciò che leggo e tengo archivi di appunti in quaderni catalogati in maniera precisa. Devo ammettere che, viaggiando molto, a volte mi pento di questa mia ossessione per la carta.

Cosa pensi dell’organizzazione “digitale” del lavoro scientifico-culturale? In che misura definiresti nuovo il modo di lavorare attuale?

Per molti aspetti credo che nel modo di fare ricerca non si tratta di una rivoluzione davvero radicale. In fondo, nella maniera in cui lavoriamo, lo schermo ha sostituito la carta e la tastiera la penna. Archivi digitali hanno sostituito quelli cartacei, ma sono davvero così diversi? Non credo. In generale trovo le risorse digitali meglio organizzate e di più facile consultazione di quelle cartacee. Il cambiamento radicale si trova, invece, nella trasmissione del sapere, nel modo di insegnare. Insegnare tramite una piattaforma digitale ha degli aspetti positivi e negativi ma comunque indubbiamente crea una rottura radicale con il vecchio rapporto maestro/allievo. Mette molto alla prova una certa categoria di docenti, universitari e di scuola, che avevano improntato il loro modo di fare lezione secondo un modello narcisista di lezioni vuote, con pochi contenuti, molto disordine e divagazioni. Divagazioni della peggior specie, però, che non ispiravano e neppure nutrivano la creatività. Il digitale costringe alla sintesi, a sapere cosa si cerca e come lo si fa, a parlare meno e in maniera più stringente. Dall’altra parte, si rischia di trasformare le lezioni in contenitori vuoti e depersonalizzanti. L’assenza di un referente fisico, cioè di sguardi e di corpi è un aspetto che incide molto, negativamente ovviamente, su una lezione. Ho completato da poco i miei corsi online e ho notato che l’investimento emotivo in queste lezioni è stato bassissimo. Poche delusioni, poche soddisfazioni, poche sensazioni “di ritorno”. Se è stato così per me immagino sia stato lo stesso per i miei studenti.

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Elisabetta Benigni, insegna lingua e letteratura araba all’Università di Torino. Studia le letterature comparate nel contesto del Mediterraneo, la letteratura carceraria e della resistenza, le traduzioni letterarie, e le relazioni tra la lingua araba e quella italiana a partire dall’età moderna.

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