«Un interlocutore terribilmente in agguato»: Giovanni Mastroianni, storico e filologo del Novecento filosofico

Il filo rosso. Dialoghi etico-politici col mio tempo, pubblicato nel 2018 da Guida e curato da Nicola Siciliani De Cumis e Luigi Spina, ci propone una corposa raccolta di testi di Giovanni Mastroianni: ben cinquanta raccolti nella sezione Saggi e note, sette in quella Testi e traduzioni e due in Appendice a concludere il volume di due tomi. Si tratta di una selezione di testi pubblicati tra il 1976 ed il 2011 su una gran varietà di riviste, parte della ricchissima bibliografia mastroianniana composta da oltre 200 voci e presente nel primo tomo. Alla selezione hanno lavorato i due curatori insieme all’autore: come raccontano Siciliani De Cumis e Spina nella Prefazione alle «ultime operazioni di predisposizione del dattiloscritto per la stampa» aveva contribuito lo stesso «Autore fino a poche settimane prima della sua scomparsa, completamente cieco e, finché gli è stato possibile, con la collaborazione di una dattilografa di fiducia e l’aiuto “mirato” di un consistente gruppo di amici e allievi» (p. 10).

Presentare preliminarmente Giovanni Mastroianni – soprattutto in presenza di un lavoro così articolato che offre uno sguardo diacronico molto esteso, mostrando la varietà degli interessi che hanno contraddistinto il suo percorso intellettuale – è operazione complessa. Partiamo da una presentazione da quarta di copertina: Mastroianni è stato traduttore de La teoria del materialismo storico. Testo popolare della sociologia marxista di Nikolaj Ivanovič Bucharin, di due romanzi di fantascienza di Aleksandr Bogdanov (La Stella Rossa e L’ingegner Menni) e autore di numerosi testi, tra cui Teoria della storiografia artistica e letteraria in B. Croce, Antonio Labriola e la filosofia in Italia, Da Croce a Gramsci, Studi sovietici di filosofia italiana, Cultura e società in Calabria tra l’Otto e il Novecento, Vico e la rivoluzione, Gramsci e il diamat, La filosofia in Russia prima della Rivoluzione: I “Voprosy filosofii i psichologii”, Pensatori russi del Novecento, Ipotesi su Bachtin.

Sfogliando i due volumi dell’opera pubblicata da Guida quello che colpisce immediatamente il lettore è la costanza e l’imponenza di una presenza nel dibattito filosofico italiano che ha attraversato tutta la seconda metà del Novecento: la prima occorrenza nella bibliografia è il volume Teoria della storiografia artistica e letteraria in B. Croce del 1947, opera che sollecitò l’attenzione di Croce stesso con il quale Mastroianni avviò uno scambio epistolare pubblicato successivamente in appendice a un volume del 1972. Questo confronto, interrottosi solo dopo pochi anni, con la morte del filosofo napoletano, sarà fondamentale per la formazione filosofica e intellettuale di Mastroianni, come emerge dalla lettura dei tanti saggi in cui Croce è un interlocutore sempre presente, a testimonianza di una comunanza di sguardi: su tutti gli autori o le questioni a cui Mastroianni decideva di dedicare il suo studio minuzioso – e che quasi sempre trovavano uno spazio marginale nelle antologie e nelle storie delle filosofia – c’era quasi sempre qualche scritto di Croce che se ne occupava e con il quale Mastroianni si confrontava.

Due elementi biografici di Mastroianni sono imprescindibili per comprenderne il percorso intellettuale e filosofico: nato a Catanzaro nel 1921, Mastroianni rimase sempre legato alla sua terra,  insegnando prima al Liceo Classico Galluppi della sua Catanzaro, diventando Preside del Liceo scientifico “L. Siciliani” sempre a Catanzaro, per poi trasferirsi all’Università della Calabria dove insegnò per diciassette anni Filosofia della politica. Questo legame non si limitò alla realizzazione professionale di Mastroianni ma trovò ampia eco nei suoi interessi di studio:  ai filosofi e intellettuali calabresi, come vedremo meglio in seguito, dedicò una parte consistente dei suoi scritti. Inoltre Mastroianni partecipò alla campagna di Russia, prendendo presto le distanze dalla giovanile adesione al fascismo; quell’esperienza gli permise tuttavia di imparare la lingua russa, che gli consentì un accesso diretto al dibattito filosofico russo, praticato con costanza fino alla fine dei suoi giorni.

foto gentilmente offerta da Roberto Scarfone (ANSA)

Sfogliando l’indice de Il filo rosso appare subito evidente l’interesse di Mastroianni per Antonio Gramsci ed i suoi scritti. L’autore dei Quaderni, scriveva Mastroianni, «si ritrovava ad essere, e insieme a non poter essere, marito e padre. Parimenti, era e non era più un uomo politico, era e non era ancora, il filosofo e lo storico che aveva deciso di diventare» (p. 257). In queste poche parole è possibile constatare tutta la curiosità ed il fascino che suscitavano in Mastroianni Gramsci e i suoi scritti, il suo intento di conferire autonomia e indipendenza al marxismo e il tentativo estremo di declinare una coerenza tra teoria e attività politica. Nell’approccio dello studioso – dichiaratamente di ispirazione gramsciana e gariniana – «la filologia […] non è effettivamente subalterna all’interpretazione, ma in quanto è parte di essa, o per dir meglio è la stessa cosa» (p. 325): nei numerosi saggi su Gramsci Mastroianni mette a fuoco la relazione tra Gramsci e i tanti autori con i quali questi si è confrontato e dalla cui sintesi ha tratto l’originalità della sua teoria (Croce e l’idealismo, Labriola, Marx, Ricardo, Hegel, il pragmatismo americano, Sorel e Bergson, Bucharin ecc.).

Collocare Gramsci al centro dei tanti dibattiti del suo tempo per Mastroianni significa partire dall’idea che «nei primi anni del Novecento, in cui Gramsci si forma, c’è una cultura filosofica molto più ricca, più varia» rispetto a un quadro «che poi è invece semplificato nelle ricostruzioni crociane e gentiliane”» (p. 229). I primi due saggi gramsciani presenti nell’antologia sono del 1979, l’ultimo del 2011, rispettivamente quattro anni dopo la pubblicazione dell’edizione Gerratana e sette anni dopo la pubblicazione dei primi volumi dell’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci. Entrambe le circostanze sono salutate da Mastroianni più come un’opportunità per porsi nuovi quesiti di natura filologica in merito all’opera gramsciana che come strumento di risoluzione dei quesiti passati: a questo dibattito egli prende parte sempre con una vivace vis polemica. Emblematica è la vicenda del rapporto tra Gramsci e Bucharin, in merito al quale Mastroianni sostiene strenuamente la tesi secondo cui «Gramsci, in carcere, non ebbe in mano il libro di Bucharin» (p. 232) e, «nella fase forzatamente più riflessiva dei Quaderni del carcere, non sottopose a critica la filosofia di Bucharin, ma l’uso che se ne era fatto nell’Internazionale» (p. 235).

In numerosi scritti Mastroianni torna inoltre sulla celebre intenzione – manifestata da Gramsci nella lettera a Tania del 19 marzo 1927 – di «fare qualcosa “für ewig”, secondo una complessa concezione di Goethe, che», scrive Gramsci, « ricordo molto aver tormentato il nostro Pascoli». Il nostro non ridimensiona la portata perturbante che tale intenzione possa aver suscitato prima di tutto nello stesso Gramsci e che si riverbera nel lettore disorientato di fronte alla manifestazione di tale intenzione da parte di un pensatore iper-politico; di fronte a tale enigma Mastroianni ipotizza che «i Quaderni del carcere non nacquero dall’“assillo carcercario” intestato ai due poeti, ma dal loro superamento» (pp. 670-71).

Impegnato nella ricostruzione di una genealogia del marxismo italiano che rifuggisse da scorciatoie già tracciate, Mastroianni dedicò molta attenzione ad Antonio Labriola; in particolar modo è rilevante un saggio pubblicato nel 2006 e redatto in occasione del centenario della morte del filosofo napoletano. Questi, secondo Mastroianni, aveva colto del materialismo storico l’aspetto di «tendenza filosofica nella veduta generale della vita e del mondo» (p. 717), filiazione della dialettica hegeliana, rinominata da Labriola «concezione genetica […] che concepisce le cose non quanto sono […] ma in quanto divengono» (p. 713). La centralità di Labriola come primo materialista storico italiano, con il quale tutti i pensatori successivi avrebbero necessariamente dovuto fare i conti, è sottolineata da Mastroianni in una disamina dettagliata dei riferimenti a Labriola contenuti negli scritti di Croce, Gentile, Togliatti e Gramsci, in cui il riconoscimento dell’importanza dell’eredità labriolana si alterna a frettolose liquidazioni o fraintendimenti.

Eugenio Garin è un autore ripetutamente citato negli scritti di Mastroianni in quello che appare un dialogo ininterrotto al pari di quello con Croce, con la rimarchevole differenza che Garin è stato un contemporaneo di Mastroianni ed il dialogo tra i due, oltre che frutto di una costante lettura dei testi, si è prolungato nel tempo. In un saggio del 2007 – tre anni dopo la morte di Garin – Mastroianni propone una selezione di estratti di un lungo carteggio intrattenuto con il suo amico e collega. Nella prima parte di questi estratti emerge il disagio del suo interlocutore – autorevole docente prima a Firenze e poi a Pisa – di fronte alle intemperanze del movimento studentesco che non risparmiavano docenti degli atenei fiorentino e pisano, amici di Garin e alieni da qualunque sospetto di essere personalità autoritarie; Garin racconta il disagio provato di fronte a «giovani, o presunti tali, che si sono fatti un dovere di tirare la barba al vecchio (anche se il vecchio la barba non l’aveva!)» (p. 789); la critica tutt’altro che diplomatica a quanto avveniva nelle università attraversate dal movimento studentesco si accompagna a un profondo travaglio di un intellettuale che dichiara di far fatica a comprendere il mutamento in corso nella società e nell’università italiana. Altro argomento di discussione tra i due sono le nuove prospettive aperte agli studi gramsciani dall’edizione Gerratana, che permetteva proprio di storicizzare l’opera e il pensiero del suo autore, cogliendone le tante fonti. Degno di nota è un inciso con il quale Garin giustifica il ritardo nel rispondere alle lettere di Mastroianni, fornendo in pochissime battute un prezioso ritratto di quest’ultimo: «non Le ho scritto perché con Lei ci vuole molta cautela. Lei è un interlocutore terribilmente in agguato, e non si può indulgere ad abbandoni svagati» (p. 792).

Numerosissimi, come brevemente accennato nei due riferimenti biografici, sono i saggi dedicati alla filosofia e alle scienze sociali calabresi nel XIX secolo e nel primo Novecento: pagine poco indagate da una storiografia filosofica e sociologica esterofila, a cui invece Mastroianni ha contribuito a restituire senza alcun provincialismo una dignità teorica e scientifica. «La Calabria fu in questo periodo il luogo d’origine di alcuni dei protagonisti della filosofia italiana» (p. 393), scrive Mastroianni in uno scritto del 1997. Nomi assenti dalle storie del pensiero filosofico e sociologico o presenti con rare e brevi sezioni sono oggetto del sempre puntiglioso e attento lavoro filologico, che ne ricostruisce biografie, lunghe bibliografie, epistolari e ricezione, facendo ogni volta emergere un itinerario intellettuale e scientifico tutt’altro che marginale. Su tutti l’attenzione di Mastroianni si concentra soprattutto su Francesco Fiorentino e Francesco Acri, i cui pensieri «presero forma definitiva» sotto i moti risorgimentali: il primo «ne trasse la conferma di una disperazione filosofica sempre più comprensiva e conseguente, senza altro rimedio nella morale e nella politica, che la guida della religione»; il secondo «passò d’impeto da Gioberti a Spaventa», legando «la tenuta del suo kantismo ed hegelismo ai risultati del 1860» (p. 807). Accanto ad essi non mancano tuttavia pagine importanti dedicate a Felice Tocco, Fausto Squillace, Pasquale Rossi, Antonino De Bella, Alfonso Sturaro e Vincenzo Vivaldi. Ad essi e ai loro scritti Mastroianni dedica lo stesso rigore dedicato a Gramsci, Croce, Labriola, Gentile, Bachtin, Bucharin, Dostojevski ecc.

Mastroianni seguiva appassionatamente il dibattito filosofico russo, forte del già accennato accesso diretto che la conoscenza della lingua russa gli consentiva. Da questi scritti emerge forte la curiosità mastroianniana verso una tradizione «vietata a lungo e poi osteggiata e controllata nell’insegnamento dai governi zaristi e dalla Chiesa» – e poi in forme nuove sotto Stalin e Brežnev – che dovette imparare a «cercare altrove i suoi spazi» (p. 203), sconfinando continuamente nella letteratura e nella teologia. Uno scenario ideale per uno studioso che di fronte alle sedimentazioni che marginalizzavano o confinavano l’importanza di singoli autori o di intere tradizioni filosofiche, reagiva mettendosi alla ricerca del portato filosofico implicito o negato. Questo interesse non è confinato al dibattito a lui contemporaneo ma si interroga anche sulle sue origini, a partire da Solov’ëv, il «primo filosofo russo» (p. 182) animato da un radicalismo cristiano e da un anomalo idealismo. Mastroianni contesta il confinamento di Solov’ëv nel ruolo di teologo o critico letterario, considerato limitante per un pensatore che ha attraversato la seconda metà del XIX secolo delineando un profilo teorico originale in un dibattito in cui prendevano piede il materialismo, il positivismo ed il nichilismo. A questa complessa e controversa eredità Mastroianni ha dedicato nel corso degli anni la sua attenzione, analizzando la ricezione di Solov’ëv nei paesi occidentali, nella Russia pre e post-rivoluzionaria, la pubblicazione dell’edizione nazionale sovietica dei suoi scritti e la lettura entusiastica che egli propose del Risorgimento italiano.

Bachtin, che viene definito da Mastroianni in un testo pubblicato su Belfagor nel 1998 il «più suggestivo dei pensatori russi del secolo» (p. 421), cattura l’attenzione dello studioso anche per la sua complessa vicenda biografica, fatta di un arresto, una condanna e una lunga marginalizzazione, oltre che per il rebus filologico connesso all’attribuzione di alcune sue opere firmate da Medvedev e Vološinov. Il confronto con Bacthin ruota prima di tutto attorno all’opera Arte e responsabilità, nella quale il filosofo russo teorizza per la prima volta in maniera compiuta il tema dell’unificazione dell’arte e della vita, istanza che nelle opere successive estenderà a tutto l’ambito culturale contro la ristrettezza delle logiche speciali insite in ogni forma di sapere, esercitando «l’orgoglio della propria ineludibile responsabilità individuale» (p. 439). Mastroianni sottolinea in Bacthin la natura di critico dell’«approccio “filosofico” come tale» (p. 596), aspetto che lo portò ad avvicinarsi alla dialettica hegeliana e alla fenomenologia husserliana, ma anche a ravvisare i limiti di entrambe; a riconoscere la rilevanza di Kirkegaard e Nietzsche; a criticare il materialismo storico per le sue fragilità teoriche ed allo stesso tempo a riconoscergli il merito di costruire un mondo nel quale c’è spazio per l’azione umana determinata. Mastroianni contesta un’immagine di Bachtin che lo costringe nei limiti del filosofo estetico e del critico letterario, sottolineando invece la caratura teorica della sua estetica e critica letteraria. La principale tentazione che provoca quella separatezza tra arte e vita, tra sapere e vita, mettendo in secondo piano il tema della responsabilità, è individuato da Bachtin proprio nell’«esteticismo»: l’arte «per la sua maggiore somiglianza, o vicinanza, alla vera realtà […] offre il modello più seducente e pericoloso», in quanto trasforma l’autore in un eroe, «libero, perciò dal rovello della responsabilità» (p. 930). Questo confronto con il tema della responsabilità elaborato da Bachtin sarà fondamentale per lo sviluppo del pensiero e degli scritti mastroianniani.

Imprescindibile in questo attraversamento della filosofia russa è la figura di Dostojevski, con le opere del quale i due autori russi a cui Mastroianni maggiormente si dedica –  Solov’ëv e Bacthin – si sono ampiamente confrontati. Mastroianni attraversa questa produzione leggendo in essa uno snodo importante per i due autori: per Solov’ëv il punctum dolens dell’opera dostoevskiana è l’appello «a condividere nella fratellanza universale l’inevitabile contraddittorietà dell’esistenza, e il sospetto tormentoso della sua mancanza di senso» (p. 558); per Bachtin la polifonia autoriale di Dostoevski, i cui personaggi erano, secondo le parole dello stesso Bachtin, «esseri vivi, da lui indipendenti, con cui si trova a parità di diritti» (p. 441).

Oltre che di questa tradizione sommersa, di cui era profondo conoscitore, Mastroianni si è occupato della sua ricezione nella Russia contemporanea – che negli anni della Perestrojka assunse i connotati di una «riappropriazione trasformistica» (p. 225) – analizzando criticamente volumi di storia della filosofia russa, antologie collettanee, atti di convegni, edizioni critiche di singoli autori ecc.

L’attività di filologo e traduttore ha rappresentato una parte importante del percorso intellettuale di Mastroianni. Ne sono una testimonianza importante sia le traduzioni dello stesso Mastroianni contenute nella seconda sezione dell’opera, sia i contributi in cui Mastroianni analizza e recensisce la traduzione di testi filosofici, non mancando di criticarne impianto generale o singole scelte: ad esempio la traduzione in russo della Scienza nuova di Vico del 1940-41 o, soprattutto, la traduzione in italiano della Teoria del materialismo storico di Bucharin pubblicata da Nuova Italia nel 1977. La ricezione dell’opera vichiana ha rappresentato un’altra costante del percorso intellettuale di Mastroianni che lo ha portato anche a interessarsi alla ricezione marxiana di Vico, interrogandosi sull’importanza che la traduzione francese – attribuita a Cristina Trivulzio di Belgioioso – abbia ricoperto nel delineare il profilo vichiano conosciuto da Marx.

L’attenzione dedicata da Mastroianni a singoli incisi presenti nelle opere degli autori che studiava – e che abbiamo già evocato con il richiamo gramsciano al “für ewig” – è ancora più evidente in un saggio dedicato allo storico dell’arte Aby Warburg, nel quale non viene indagata la sua corposa produzione scientifica ma un detto a lui attribuito – «Il buon Dio sta nel dettaglio» – e contenuto in appunti, carteggi e aneddoti di incontri e dialoghi che vedono Warburg protagonista; un ulteriore saggio è dedicato al rapporto tra Warburg e Croce e verte in gran parte sul confronto in merito a questo detto. Metafora perfetta della curiosità e dell’attenzione che Mastroianni riservava ai dettagli apparentemente insignificanti nella biografia e negli scritti degli autori a cui dedicava i suoi studi, questo motto è oggetto di una puntigliosa indagine che spazia dalle implicazioni teologiche e filosofiche ai numerosi rimandi letterari, per finire al suo utilizzo nella comunicazione pubblicitaria.

Il profilo che emerge da questi due corposi volumi è – prima ancora di quello di uno storico della filosofia, di un filosofo politico o di un rigoroso filologo – quello di un appassionato bibliofilo. I saggi sono sempre scanditi da lunghe citazioni tratte dalle opere studiate, commentate minuziosamente da un Mastroianni attento a non estrapolare mai dal contesto le parole degli autori studiati; le recensioni alle traduzioni, alle nuove edizioni di classici del pensiero filosofico, alle antologie, l’attenzione rivolta al dibattito svolto sulle riviste, nei convegni di cui leggeva e commentava le relazioni trattandole al pari dei più grandi classici del pensiero fanno emergere la consapevolezza che le parole, i libri e le riviste che le contengono, erano per Mastroianni l’unico strumento di lavoro e che pertanto meritavano un rispetto quasi sacrale, che si estrinsecava in un corpo a corpo sfiancante e mai pacificato in soluzioni e interpretazioni di comodo.

Un saggio della storica della filosofia Daniela Steila recentemente pubblicato su Slavia, rivista trimestrale di cultura traccia un profilo molto accurato del Mastroianni studioso del mondo russo; nei ricordi dell’autrice emerge la gratitudine per la profonda generosità di Mastroianni, mai incontrato di persona ma estremamente prodigo di ascolto e consigli dispensati in lunghe telefonate e lettere a partire dagli anni in cui la studiosa cominciava il suo percorso di ricerca con il dottorato di ricerca. Quanto letto in questo saggio mi ha molto colpito: quando ho cominciato a leggere Il filo rosso ho avuto modo di confrontarmi con l’amico Michele Filippini, storico delle dottrine politiche e studioso gramsciano e della teoria populista; qualche anno fa avevo letto per la prima volta nel testo di Michele Una politica di Massa. Antonio Gramsci e la rivoluzione della società una problematizzazione della lettura gramsciana di Bucharin; gli raccontai di questi due tomi di Mastroianni dicendogli che ritrovavo una lettura analoga alla sua su tale questione. Michele sentendo il nome di Mastroianni subito si ricordò di avergli scritto una mail proprio per confrontarsi sul rapporto Gramsci-Bucharin, ricevendo una risposta entusiasta, ricca di consigli e incoraggiamenti. Racconto questo aneddoto perché, insieme a quanto raccontato da Steila, contribuisce a tracciare il profilo di uno studioso tanto rigoroso nel metodo quanto generoso con i giovani ricercatori che lo cercavano per confrontarsi con lui, praticando una tutt’altro che scontata curiosità per i contributi provenienti dalle generazioni successive alla sua; a ulteriore conferma di ciò, il suddetto testo di Michele è citato da Mastroianni nella breve prefazione a Il filo rosso, scritta pochi mesi prima della morte tra le opere «ancora appese ad una impressione provvisoria», riconoscendogli tuttavia il merito di aver colto l’importanza «dell’equazione materialismo storico = Hegel + David Ricardo» nel pensiero gramsciano (p. 34). La chiacchierata con Michele e la conoscenza di questo aneddoto mi hanno aiutato ad avvicinarmi ad un autore che, in virtù della monumentalità della sua produzione e del rigore che emerge in ogni suo scritto, mi incuteva un certo timore reverenziale.

In conclusione, quello che stupisce, di fronte a uno studioso allo stesso tempo autore di una così imponente produzione e così costantemente presente nel dibattito filosofico italiano di tutta la seconda metà del Novecento, è il relativo oblio in cui sembra esser stato confinato. A quattro anni dalla sua morte nessuna delle sue opere principali è pubblicata e in commercio in una nuova edizione; facendo una ricerca su Google lo scenario che ne emerge è desolante: non un articolo dedicato da qualche giornale nazionale, non una pagina su Wikipedia che ne riassuma seppur brevemente e approssimativamente la vita e le opere.  Tutto ciò rappresenta evidentemente una ferita, ma come ci ha insegnato Mastroianni con la sua lunga militanza filosofica e intellettuale non c’è liquidazione che non possa essere indagata e ribaltata da studiosi che non si accontentano di percorrere le strade già battute, che decidono di aprire testi dimenticati o frettolosamente liquidati, riconoscendogli la dignità che meritano attraverso l’unico strumento a disposizione: quel corpo a corpo con i testi e le parole praticato con tutto il rigore filologico e teorico possibile. La pubblicazione de Il filo rosso è un segnale che fa ben sperare, augurandoci che possa suscitare l’interesse e la curiosità di molti.

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